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giovedì 1 maggio 2008

Una mattina

Una mattina mi son svegliato ed avevo dimenticato tutto.

Una mattina mi son svegliato e non ricordavo più che i partigiani avevano aiutato un paese a liberarsi dal fascismo.

Una mattina mi son svegliato e in tv un uomo in giacca e cravatta diceva che i partigiani finita la guerra avevano commesso delitti indicibili nei confronti di quei fascisti che cercavano di nascondersi fra la brava gente che prima avevano sottomesso.

Una mattina mi son svegliato ed avevo dimenticato che c'è differenza fra azione e reazione.

Una mattina mi son svegliato e nella passeggiata domenicale ho incrociato un adolescente con una maglietta nera con scritto "boia chi molla" e se avessi avuto coraggio lo avrei fermato chiedendogli se sapeva cosa significasse quella frase.

Una mattina mi son svegliato ed ho visto persone a Roma festeggiare con una mano tesa, forse la destra, non ricordo bene, ma tutti erano sorridenti e felici.

Quella stessa mattina ho visto un vecchietto con le lacrime agli occhi. Era un vecchietto che per cinque anni aveva vissuto alla macchia sull'appennino tosco-emiliano, nel freddo e nella calura, dormendo sotto le stelle o nella melma di un torrente. Era un vecchietto che aveva rinunciato alla famiglia per un idea di società che non c'è più.

Una mattina mi son svegliato e mi son detto che se a scuola si studia matematica è per crescere e migliorarci, ma allora a che serve studiare la storia se poi non ne facciamo tesoro per il nostro futuro?

Una mattina mi son svegliato e mi è partita una canzone...


sabato 26 aprile 2008

Mi dai il tiro?


Driiin... driiin... "Chi è?" dice lei, "Sono io, dammi il tiro" dice lui.

Questa scena si svolge quotidianamente quando lui (io) torna dal lavoro e suona il campanello di casa. Lei, la dolce mogliettina, esegue l'ordine premendo il pulsante per aprire la porta d'ingresso alla palazzina, lui (sempre io) sale le scale, entra nella splendida reggia di 67 mq. (calpestabili!) e dimentica immediatamente la giornata di lavoro ormai trascorsa. La domanda è: che significa "dare il tiro"? I bolognesi sanno di dover premere il pulsante per aprire le porte (adesso lo sanno anche i forestieri che leggono il mio blog) ma da dove proviene questo modo di dire? Come sapete il centro di Bologna è famoso per i portici e le abitazioni antiche erano dotate al piano terra di una grande porta per fare entrare i cavalli che andavano nel chiostro interno dei palazzi. Essendo gli appartamenti al primo piano, quando l'ospite giungeva suonava la campanella (o bussava forte) e per aprire il portone dal piano superiore bisognava "tirare" una corda che faceva aprire il portone in basso. Da qui il termine da gridare sotto il portico: "mi dai il tiro" (alla corda)? Fatto stà che a Bologna e dintorni non vedrete i due pulsanti con scritto LUCE e PORTA bensì LUCE e TIRO.

mercoledì 24 ottobre 2007

Si stava meglio quando si stava peggio


Nel 1334 Bologna fu teatro di un evento bellico unico nella storia del mondo, praticamente ignorato dagli storici. È descritto nel volume “Vita di Cola Di Rienzo”, di anonimo romano, e ne fu protagonista il popolo bolognese. Si tratta di un episodio degno di Rabelais, che Dario Fo inserì nello spettacolo “Fabulazzo osceno”, recitato nello stesso straordinario linguaggio grammelot del suo “Mistero Buffo”.
A quel tempo il papa stava ad Avignone e Bologna era governata dal cardinale Bertrando Del Poggetto. Dopo un rovinoso assalto a Ferrara e alla Repubblica Veneziana, il cardinale, i nobili e il clero si rifugiarono nella possente rocca di Porta Galliera per sfuggire all’ira dei bolognesi che in quella battaglia avevano subito migliaia di morti. Ovviamente, prima di asserragliarsi nella rocca, gli armigeri francesi al servizio del cardinale razziarono ogni genere di vettovaglie con l’intenzione di resistere il più a lungo possibile.
Così i bolognesi si trovarono a dover risolvere un difficilissimo problema tattico: come fare per entrare nella rocca inespugnabile, cacciare il cardinale e riprendersi il governo della città? Quella fortezza avrebbe resistito ad ogni arma allora conosciuta. Non esisteva scala tanto lunga per raggiungerne la sommità, non c’era ariete tanto ciclopico da sfondarne la porta.
Fu a questo punto che gli assedianti, cioè i popolani bolognesi, ebbero il colpo di genio: perché non battere l’odiato tiranno con proiettili mai usati prima d’allora (e forse nemmeno dopo)? Non era certo l’atomica, il napalm, o brutture del genere. Era semplicemente Merda. La sana, genuina, schietta e puzzolente merda. Un’arma nuova e irresistibile da catapultare a tonnellate nella fortezza, riempiendone ogni locale, ogni anfratto, ogni cortile, dopo aver saggiamente deviato le condutture dell’acqua.
Tutto il popolo di Bologna, dal neonato al centenario, partecipò in massa al rifornimento delle munizioni necessarie agli assedianti. Così il cardinale e i suoi furono letteralmente sommersi da quell’arma totale, e, dopo una breve resistenza, si arresero fuggendo mesti e puzzolenti.
Dove poteva nascere, se non a Bologna, un’idea tanto vincente quanto incruenta? Nemmeno un morto, nemmeno un ferito. Soltanto un tiranno e la sua corte, vinti, scornati, umiliati e... fetenti. Eh, sì, se nel 1334 fosse esistito il Nobel per la pace, sarebbe stato certamente dei bolognesi.

domenica 22 luglio 2007

Il legionario

I legionari indossavano una tunica di lana con maniche corte e lunga fino al ginocchio, sopra cui mettevano una corazza a strisce e scaglie metalliche (lorica segmentata) che proteggeva la parte superiore del corpo. In testa avevano l’elmo (galea) e ai piedi pesanti sandali di cuoio fatti di parecchi strati di suola e guarniti di borchie (caligae). La principale arma offensiva era il pilum o giavellotto. Ogni soldato ne aveva due. Era composto da una punta temperata in ferro e da un gambo in ferro non temperato inserito in un pesante manico di legno. Al contatto col bersaglio il gambo si piegava e l’arma non poteva essere riutilizzata dai nemici. Per il combattimento ravvicinato c’era il gladius, spada corta usata di punta e portata sul fianco destro. Il fianco sinistro era coperto dallo scutum rettangolare e convesso (semi-cilindrico) che offriva al corpo la massima protezione; era alto circa 1,30 m. e largo circa 0,80 m, era coperto di cuoio e aveva i bordi rinforzati in ferro.Alla vita indossava il cingulum che era una cintura di cuoio con borchie di bronzo, o, in alcuni casi argentate o stagnate; una grossa fibbia formava la chiusura. A questa cinta venivano applicate verticalmente delle cinte di cuoio, con borchiette metalliche rifinite alla punta con le piu' svariate forme di puntali. Questa sorta di gonnellino a protezione dell’inguine era chiamato PTERUGES. Ogni soldato portava tutto con se, persino il materiale per accamparsi: il suo fardello pesava dai 30 ai 40 chili.